Suasa: Bullettino dell’Istituto di corrispondenza archeologica per l’anno 1884

Trascrivo da questo pdf scandito dal sito archive.org dei brani di “corrispondenza archeologica” sulle scoperte effettuate nel 1884 nel sito archeologico di Suasa, nel territorio comunale di Castelleone di Suasa. I testi sono stati scritti da (nientepopòdimenoche) Wolfgang Helbig, il quale probabilmente nei suoi viaggi in Italia aveva fatto tappa anche nel nostro sito archeologico.

Il seguente testo si trova a pagina 201 del “Bullettino”:

c. Antichità di Casteleone [1] di Suasa.

Il terreno di Casteleone [2] di Suasa (prov. di Ancona) a quel che pare abbonda di antichità romane. Di fatto benchè non vi fossero stati mai eseguiti scavi sistematici, pure mediante scoperte casuali fatte da contadini si è già formata una numerosa collezione che appartiene al proprietario di quei terreni, D. Emanuele dei principi Ruspoli. Disgraziatamente non sono stati notati né i luoghi precisi, né le particolari circostanze, nelle quali furono scoperti i singoli oggetti. Oltre a ciò quest’ ultimi per ora sono accumulati in maniera che rende molto diffìcile uno studio circostanziato. Ond’è che per oggi debbo limitarmi ad accennare quegli oggetti , i quali ho potuto esaminare accuratamente e che mi sembravano specialmente interessanti. Ma spero di poter dare presto notizie più particolareggiate, giacché D. Emanuele Ruspoli si è deciso ad intraprendere scavi regolari e far portare gli oggetti già ritrovati a Roma, dove in maniera convenevole saranno esposti nel suo appartamento. [3]

Tra gli oggetti in bronzo primeggiano i frammenti di una statua colossale a cavallo solidamente dorata. I quali sono una spada rinchiusa nel fodero, lunga 0,71, larga 0,052, e la metà d.[4] di una testa bardata di cavallo, lunga dalla bocca sino alla radice dell’ orecchio 0,57. La spada ed il di lei fodero hanno il solito tipo dell’ epoca imperiale , quale si scorge p. e. sul celebre cameo di Vienna [1]. Sui finimenti del cavallo sono espressi in maniera molto circostanziata i chiodi e le borchiette che li adornano. Alle coreggie incrociantisi sulle tempie è imposta una falera tonda (diam. 0,08) che mostra il busto di un giovane imberbe munito di elmo e clamide (Marte ?) in alto rilievo. Presso la bocca del cavallo poi si ammira una seconda falera (diam. 0,07) ornata di un busto di donna che ha tirato il velo sull’occipite e colla d. posta sul petto tocca l’orlo del velo. I busti di ambedue le falere sono rappresentati di faccia. Quei frammenti tanto nello stile, quanto nella tecnica si raffrontano ai più recenti bronzi trovati a Pompei e ad Ercolano e sembra perciò probabile , che la statua, di cui facevano parte , sia lavorata all’ epoca dei Flavi.

Lo stesso vale per due figurine di bronzo, l’una delle quali (alta 0,12) rappresenta il ritratto di un uomo d’età avanzata in piedi, l’altra (0,081) una Vittoria inginocchiata. L’uomo vestito di tunica e di toga appoggia il braccio d. sulla toga e tiene colla s. nell’altezza della vita un piccolo ruotolo. La faccia tonda e grossa, il collo corto e la rotondità del ventre ricordano i ritratti di Vespasiano e di Tito, ed in ogni caso accenna all’epoca flaviana la capellatura corta. La Vittoria poi veste chitone ed epiblema cinto ed ha sulla parte anteriore del capo una treccia, mentre due lunghi ricci cadono sulle spalle ; essa tiene con ogni mano stesa ingiù un lembo dell’ epiblema. Siccome l’attitudine della figura per il severo parallelismo tanto delle gambe inginocchiate quanto delle braccia stese apparisce molto legata, così deve supporsi, che tale figura abbia fatto parte di un insieme tettonico. Ed infatto si scorge tra le ali un’approfondatura che non può aver servito ad altro che ad inserirvi un appoggio, il quale metteva la figura in relazione con un vaso, candelabro o che sia. Tanto nella testa della Vittoria, quanto in quella del sopradescritto personaggio romano le pupille sono incavate, cioè a quel che pare anticamente erano rilevate mediante argento intarsiatovi dentro.

Uno stile diverso domina in una figura di nano danzante (alta 0,095) ed in un balsamaio di bronzo che ha la forma di una testa di barbaro (alto 0,125). Vi spicca cioè una tendenza decisa per una rappresentanza caratteristica. Il nano balla, contorcendo il corpo in maniera caricata e gettando la testa verso la spalla sinistra. Colla d. alzata sopra il capo suona una nacchera, mentre l’altra nacchera si trova nella s. appoggiata sulla coscia. Egli si presenta ignudo salvo una corona tortilis che circonda il busto, ed una specie di sciarpa avvolta attorno il grosso ventre. La testa è calva, il volto col naso arricciato di una bruttezza grottesca. Siccome il suo lungo fallo è privo di testicoli, così chiaramente si riconosce aver voluto l’artista rappresentare un eunuco.

La testa poi che serve da balsamario, per il naso aquilino, le sopracciglia pronunciate, le ossa guanciali molto prominenti sembra accennare ad un tipo orientale. Ha un pizzo, ma è privo di baffi. Il cranio è coperto di un basso e stretto berretto.

Sarebbe troppo lungo e credo anche inutile il descrivere le varie figurine di Fortuna e di Mercurio, gli amuleti fallici e la grande quantità di utensili in bronzo posseduti da D. Emanuele Ruspoli. Abbondano nella medesima collezione anche frammenti d’ intonachi dipinti, d’ incrostazioni di marmo e vasi di vetro verdastro trasparente, tra i quali ve n’è uno disgraziatamente frammentato che ha ornati in forma di pesce ed oltre a ciò la seguente epigrafe in rilievo

…ΙΧΑΡΕ …… ΡΑΙΝΟΙΚΑΤΑ…..

Oltre a ciò vi osservai gran quantità di dolii e d’anfore puntute d’argilla. Sul manico di un’anfora d’argilla giallastra è stampata in rilievo l’epigrafe CĀVLI. Un altro d’argilla rossastra mostra egualmente in rilievo le lettere DVWV.

W. Helbig

———————

[1] Denkm. d. a. K. I Tav. LXIX 377.

Interessante notare che la parte destra della testa di cavallo in bronzo dorato e il gladio che vengono descritti in questo brano, sono andati a finire, dopo la vendita (discussa ma legale per l’epoca) della collezione di Don Marcello Massarenti a Henry Walters nel 1902, negli Stati Uniti e più precisamente sono esposti al Walters Art Museum di Baltimora. Nel sito web del museo è presente una scheda dedicata alla testa suasana.

Inoltre fortunatamente abbiamo anche due fotografie molto belle e dettagliate che Hans Ollermann, in visita al museo statunitense, ha scattato e condiviso pubblicamente su Flickr:

Testa equestre e gladio in bronzo dorato da Suasa - Foto di Hans Hollermann

Testa equestre e gladio in bronzo dorato da Suasa - Foto di Hans Ollermann

Dettaglio della testa equestre in bronzo dorato da Suasa - Foto di Hans Hollermann

Dettaglio della testa equestre in bronzo dorato da Suasa - Foto di Hans Ollermann

Faccio notare infine la somiglianza della testa equestre con i Bronzi dorati da Cartoceto di Pergola, che si possono vedere dal sito internet ufficiale o dalle fotografie su Wikimedia Commons.

Come la testa e il gladio in bronzo dorato siano finiti dalla collezione della famiglia Ruspoli alla collezione Massarenti non è dato sapere. Certo è che ora, se queste due opere d’arte, nonché beni archeologici, sono andate a finire oltre oceano, sappiamo chi ringraziare: i “principi di Poggio-Suasa” Ruspoli (a cui abbiamo anche dedicata la piazza tra comune e giardinetti) e don Marcello Massarenti.

Su quest’ultimo personaggio e sulla trattativa con Henry Walters troviamo in rete: una breve descrizione di Simona Moretti dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”:

Composita e discussa fu la collezione di Marcello Massarenti Ordelaffi († 23 ottobre 1905). Egli, nonostante fosse chiamato talvolta ‘monsignore’, nella realtà non lo divenne mai: era un prete, molto vicino alla ‘corte pontificia’, e rivestì il ruolo di ‘sotto elemosiniere’ durante i pontificati di Leone XIII (1878-1903) e Pio X (1903-1914). Non sappiamo con precisione quando iniziò a raccogliere opere d’arte, probabilmente già prima del 1881, quando venne pubblicato il catalogo dei dipinti di primitivi in suo possesso [Catalogue d’une collection de tableaux de diverses écoles, spécialement des écoles italiennes (Rome, 1881)]. Da detto catalogo veniamo a conoscenza della provenienza di alcune opere: sembra che Massarenti abbia comprato da vecchie collezioni bolognesi, come quella del principe Ercolani o del conte Grassi, o in città pontificie come Pesaro, dalle vendite del Monte di Pietà di Roma, dal mercato antiquario di Parigi e di Londra; inoltre la sua familiarità con le più alte cariche ecclesiastiche lo dovette facilitare, senz’altro, nel reperimento di oggetti appartenenti a chiese o monasteri. In principio abitava in una stanza degli appartamenti vaticani, ma proprio l’incrementarsi della raccolta lo costrinse ad affittare più ambienti del vecchio Palazzo Accoramboni, in piazza Rusticucci 18, nei pressi di S. Pietro, dove al primo piano dispose i suoi tesori.

………

Quasi tutta la collezione Massarenti venne comprata nel 1902 dal celebre collezionista americano Henry Walters (ed oggi si trova appunto alla Walters Art Gallery di Baltimora), ad esclusione di qualche pezzo. Non sappiamo come avvennero i primi contatti, se fu l’ormai anziano prelato amante dell’arte a cercare il ricco americano o la celebrità delle sue raccolte a incuriosire qualche agente di Walters, sembra per certo che il futuro acquirente vide la collezione in situ. L’acquisto veniva firmato il 16 aprile di quello stesso anno; i dettagli della transazione non sono chiarissimi, ma Zeri affermava anni fa che Adolfo Venturi poteva aver partecipato ai negoziati. Tra le opere escluse dalla vendita vi erano senz’altro tre quadri, una scultura, una tavola con iscrizione e una Croce dipinta, che Massarenti cedeva allo Stato per ottenere il permesso di esportazione, ed è possibile che il governo italiano, come è stato scritto, non abbia fatto resistenze per evitare contrasti con la Santa Sede; tuttavia si può ipotizzare che questa prassi fosse abituale. Dalla consultazione del carteggio conservato presso l’Archivio Centrale di Stato di Roma (da me rintracciato e a tutt’oggi inedito), si capisce che il Governo italiano agevolò il più possibile Massarenti.

 

Note:

  1. [1] E’ proprio scritto così, con una “elle” sola.
  2. [2] Allora non era un errore, Helbig era proprio convinto che Castelleone si scrivesse con una “elle” sola. :)
  3. [3] Chissà dove saranno finiti questi reperti archeologici esposti “in maniera convenevole“… 
  4. [4] Destra.
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6 commenti

Archiviato in Castelleone di Suasa, documenti storici, Suasa

6 risposte a “Suasa: Bullettino dell’Istituto di corrispondenza archeologica per l’anno 1884

  1. gabriele baldelli

    Mi piacerebbe conoscerla, almeno per e-mail, e sapere le ragioni del nome del suo blog.

  2. Grazie per il commento, le ho risposto via posta elettronica. Spero che l’articolo le sia piaciuto. Saluti

  3. francesco

    come posso dimostrare che i bronzi dorati di pergola provengono dall’antica città romana suasa senonum? io sono un abitante di castelleone di suasa appassionato di archeologia e non mi sta affatto bene che qualcuno si arricchisce grazie alla storia del mio paese senza che lo stesso abbia riscontri anche economici, senza pensare alla visibilità nazionale e mondiale se ben sfruttata.

  4. Ciao Francesco, grazie per il commento.

    L’individuazione dell’antica collocazione dei bronzi di Pergola è interessante a livello culturale, ma visto che sono stati ritrovati a Pergola è giusto che stiano a Pergola, vicino al luogo del ritrovamento. Ad esempio la quadriga della basilica di San Marco a Venezia prima di essere rubata dai veneziani stava a Costantinopoli, ma nessuno (giustamente) si sogna di restituirla dopo 8 secoli. Quindi se 2000 anni fa i bronzi di Pergola stavano a Suasa (o altro posto) questo è interessante, ma solo a livello culturale, non certo per contendere i bronzi, che son già stati oggetto di aspra contesa.

    Io, per quel poco che ne so, credo che al momento non sia possibile dimostrare che i bronzi dorati da Cartoceto di Pergola provengano da Suasa.

    La loro provenienza è oggetto di studio e dibattito per gli archeologi professionisti e se non ci sono riusciti loro non credo che ci riusciremo noi. In ogni caso questa è una delle ipotesi che si sta studiando: la provenienza è ancora ignota, le ipotesi più probabili sono le tre città romane più vicine a Cartoceto di Pergola: Forum Sempronii (la più vicina a Cartoceto), Sentinum (sono stati trovati numerosi frammenti di bronzo, indice della presenza di una fonderia), Suasa (per il ritrovamento di questi bronzi molto simili). Inoltre c’è anche la possibilità, più remota, che i bronzi dorati provengano da un qualsiasi altro posto e siano stati nascosti a Cartoceto durante un trasporto.

    Sarebbe interessante se si potesse fare un confronto tra la composizione della lega metallica e della terra di fonderia dei bronzi provenienti da Suasa e dei bronzi di Pergola e dei bronzi di Sentinum. Ma se per i bronzi di Pergola questo è fattibile (e probabilmente già sono state fatte le analisi) per i bronzi di Suasa era stata chiesta l’autorizzazione agli americani per un’analisi che è stata negata (almeno così avevo letto tempo fa), quindi al momento niente confronto. Se le analisi dimostrassero una composizione identica con i bronzi di Pergola, la provenienza potrebbe essere accertata, o meglio sarebbe dimostrata che il luogo di realizzazione è lo stesso.

    Ciao

  5. emiliano

    sono dalla tua parte vivendo vicino vulci. i musei di tutto il mondo si sono arricchiti con i nostri reperti

    • Grazie per il commento. Se i musei di tutto il mondo si sono arricchiti di beni archeologici di dubbia provenienza è colpa soprattutto di chi, presente nel territorio, li ha venduti e li continua a vendere dimostrando scarsa cultura e sensibilità. Nel passato le leggi addirittura permettevano questo commercio, oggi abbiamo una legislazione più protettiva. Nonostante questo ancora si verificano casi eclatanti come quello dell’Atleta di Fano. ( leggi la storia su http://it.wikipedia.org/wiki/Atleta_di_Fano )

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