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6 marzo 1797 – 220 anni dalla eroica battaglia fra i laurentini e i francesi

Ricevo e pubblico la ricerca storica di Luciano Baldarelli:

Quando Napoleone Bonaparte ha vinto contro i 50.000 austriaci comandati dal comandante Joseph Alvinczy, sconfisse le milizie pontificie presso Faenza; mosse verso la nostra regione il delegato apostolico di Pesaro, Monsignor Saluzzo ed egli se ne fuggì, lasciando che ogni comune passasse da se i loro casi.

Dopo che Bonaparte entrò a Pesaro il 5 febbraio 1797 e ripartì il giorno 9 per Senigallia, essi dispose che, nel termine di cinque giorni, ogni comunità doveva avere inviato al commissario della Repubblica una propria rappresentanza, perché prestasse il giuramento di fedeltà alla Repubblica stessa.

Anche Pergola, seguendo gli altri comuni, si vide costretta ad inviare a Pesaro una propria commissione la quale, fra i giorni 12 e 14 febbraio, prestò il prescritto giuramento.

Però la pace firmata a Tolentino il 19 febbraio restituì alla santa sede (papa Pio VI) tutto il territorio che già gli apparteneva, all’infuori delle legazioni di Ferrara e Bologna, essendosi i francesi trattenutesi nella nostra regione fino ad Aprile.

Anche Pergola rimase soggetta fino a tale mese: fu in quel tempo che accaddero, per opera dei laurentini, gravissimi fatti, i quali, essendosi svolti in parte nel nostro paese, ovvero con la partecipazione dei nostri concittadini, vanno qui ricordati. Anche San Lorenzo in Campo, la quale si era veduta costretta a questa disposizione, aveva dovuto anche istituire una guardia civica., come dallo stesso Bonaparte erasi comandato.

Giunto l’ordine dell’amministrazione centrale di Pesaro, di inviare tutte le armi di cui i suoi abitanti erano provvisti, era poi sorto un vivissimo malcontento in specie fra i contadini che, oltre all’essere più degli altri avversi ai francesi, erano timorosi di restare, una volta privi di armi, in loro piena balia, ne avevano assoluto bisogno per difendere case dai malandrini i quali, in tempo tanto anormali, scorrazzavano indisturbati per le campagne.

Avendo promesso di lasciare a disposizione della rappresentanza del comune di San Lorenzo quattro fucili, la popolazione si era calmata e molte armi erano poi state consegnate. Giunto però un nuovo ordine per il ritiro di tutte le armi, i contadini in massa invasero il luogo dove era il deposito della armi e le ripresero.

In quel frattempo fu stipulata la pace a Tolentino ma non se ne ebbe subito notizie.

Giunsero a San Lorenzo in Campo, il 25 febbraio, un certo capitano Merlini e un tenente Lanzi; il popolo credette che vi si fossero arrecati per esigere a nome della Repubblica le armi già richieste e si impadronì di loro.

Li avrebbero certamente uccisi ove l’arciprete Monsignor Pacifico Mariotti non li avesse trattenuti, nullameno li fecero prigionieri e in prigione finì anche un tal cavaliere D’Ambrosis, il quale si riteneva un grande giacobino, nonché commissario dell’odierna Repubblica.

Accresciuti di numero per essersi uniti ai molti dei paesi vicini, i rivoltosi obbligarono anche i signori della terra (come scrisse Monsignor Pacifico Mariotti) a prendere le armi per la patria, dichiarando il giacobino chiunque rifiutasse e minacciando di dar sacco a chi si allontanava dal paese.

Inviarono un messo al generale pontificio Colli che risiedeva a Foligno per richiedere dei soldati o almeno ufficiali, ma questo non riuscì a superare l’Appennino per la tanta neve.

I laurentini, eleggendo a loro capo il ventenne Giambattista Duranti (ex ufficiale delle milizie pontificie), firmarono con i rappresentanti di San Vito, Montalfoglio, Sant’Andrea, Castelleone, Montesecco una solenne dichiarazione, della quale si obbligarono tutti a combattere i francesi.

I ribelli in armi nella Valle del Cesano erano circa 2000 concentrati a San Lorenzo in Campo.

Da Pergola venne però un invito a placare gli animi in quanto, giunta la notizia della pace stipulata a Tolentino, il papa Pio VI era tornato padrone di quelle terre.

La lettera della magistratura di Pergola (data 1° marzo 1797) non convince i ribelli, che dubitano della sincerità della missiva e temono che la notizia della pace sia stata diffusa ad arte per fare desistere la sollevazione e perciò si arriva a una azione di forza.

Il 1° marzo, 150 in armi, guidati da Gianbattista Duranti assieme ai fenigliesi entrarono in Pergola e occuparono la sede del municipio, pretendendo che la città si affianchi alla causa dei ribelli: fortuna vuole che i magistrati locali riuscirono a convincere i rivoltosi.

Dalla veracità della notizia sulla venuta della firma del trattato di pace, era necessario deporre le armi e tentare una mediazione con i francesi. Per la mediazione si incarica un ecclesiastico: l’arcidiacono Francesco Ferrante Gandanelli che gode di fiducia comune.

I rivoltosi, alla meglio organizzati, avendo fatto forte provvista di armi, munizioni e viveri, già requisite le truppe francesi, rimasero irritati per tale contegno dei pergolesi e obbligarono la comunità a rialzare lo stemma pontificio e diedero loro aiuto.

Intanto però era giunta in Pesaro, nonché in Senigallia, l’annuncio della rivolta scoppiata: venne comandato un forte distaccamento delle milizie di Senigallia da inviare a San Lorenzo, ciò che eseguito allora ebbe notizie in san Lorenzo dell’avanzata dei francesi.

Fatti partire donne, fanciulli e vecchi, non pochi dei laurentini rimasero a pregare nella chiesa del SS. Crocefisso.

I rimasti con gli accorsi al martellare della pubblica campana, si prepararono a una animosa resistenza; benedette le armi, esposta la venerata immagine del SS. Crocefisso e della Beata Vergine, invocando l’aiuto divino, mentre sulla collina, aldilà del fiume Cesano, la improvvisa piena impedì a quelli di Castelleone di correre in soccorso del minacciato paese di San Lorenzo.

Giambattista Duranti e la sua truppa, inginocchiati, pregavano e si appostavano nelle case esterne, in specie in quella di Duranti alla quale chi veniva da Senigallia è la prima a sinistra.

E’ l’alba del 6 marzo 1797, giunte le truppe francesi, un reggimento di circa 900 milizie al cosiddetto “ponte rotto” che dai laurentini fu già distrutto, passò il torrente con un ponte provvisorio: si fermò e piazzò l’artiglieria da cm 13-9-5 in un terreno vicino alla strada, a circa 300 metri dal paese.

Come scrisse Monsignor Mariotti in gergo militare, i francesi spararono un colpo a salve per dichiarare la resa dei rivoltosi laurentini ma, dalle mura di San Lorenzo partì una fucilata che uccise l’artigliere.

Cominciò il cannoneggiamento, indi la milizia francese si divise in due ali con l’evidente proposito di circondare il paese.

I laurentini al grido di “viva Gesù” “viva Maria” “viva il Papa” cominciarono.

I rivoltosi, un così nutrito e ben diretto fuoco di fucileria, ne furono alquanto sgominati e, quasi sempre l’artigliere che si apprestava al cannone per caricarlo o spararlo, dice la tradizione trovava la morte prima di compiere la sua opera.

Nulla meno non fu troppo breve il cannoneggiamento che durò un’ora e tre quarti.

Continuò la fanteria a mantenersi sotto il fuoco dei difensori del paese, ma sbaragliata l’ala sinistra alla quale ai difensori della casa Duranti era stato impedito all’avvicinarsi all’entrata del paese dalla parte di levante, anche la destra che ben difficilmente avrebbe potuto adempiere il suo compito, per essere di solo pochi metri lo spazio interposto tra le mura di tramontana e il torrente che scorre lì presso.

Le milizie ripiegarono sul centro, il quale pure rimase così scompigliato e, allora, giunse anche una forte pioggia. Dall’apprestarsi della notte fu dato il segnale di ritirata.

Lasciarono i francesi sul luogo di combattimento un grande numero di morti e moltissimi furono i feriti che portarono via con loro: 217 morti e 18 carri di feriti.

Convenne stare allarmati tutta la notte per avvisare di qualche attentato dallo sdegnato nemico. All’albeggiare del giorno 7 marzo, i rivoltosi laurentini andarono nel campo nemico per far lo spoglio dei cadaveri ma, la maggior parte dei cadaveri erano stati spogliati dai francesi e gettati nel torrente che li trascinò al fiume Cesano: gli altri furono parte sotterrati nella campagna e parte bruciati.

Ma la situazione non prometteva niente di buono, c’era il timore che i francesi tornassero più numerosi e decisi: molte famiglie lasciarono San Lorenzo.

Invece la vicenda era vicina a risolversi, grazie al merito della magistratura pergolese, che era venuta a conoscenza della presenza a Fossombrone del generale Labughet, comandante della Romagna e del ducato di Urbino.

Avendo conosciuto la rivolta di San Lorenzo, avrebbe inviato a Pergola un commissario della Repubblica, accompagnato naturalmente da un reparto di milizia, per proteggere dalla rivolta che credeva divampata anche in questa città.

Compiendo un gesto di sottomissione, indirizzando al vicario fossombronese, Monsignor Cingali, il quale la trasmetterà poi allo stesso generale Labughet, una lettera con professione e lealtà nei confronti della Repubblica francese rassicurando sull’andamento della situazione.

Labughet parte alla volta di Fano, dove si incontra con il Garganelli e con Paoli e Giovanni Moghi, i quali a loro volta davano garanzia che anche a San Lorenzo la rivolta era cessata.

Per la verità propria, i laurentini si stanno battendo contro il corpo francese giunto da Senigallia; tuttavia il generale Labughet, ignaro dello scontro, accetta le argomentazioni della deputazione pergolese e assicurano che le due città non subiranno alcuna ritorsione.

Il 10 marzo di fronte al comandante della piazza militare di Senigallia, generale Guisson, una delegazione di San Lorenzo rende una dichiarazione liberatoria con la quale si impegna a mantenere la tranquillità nel paese e a consegnare le armi dei ribelli.

La rivolta è definitivamente conclusa e l’ordine ristabilito.

 

RICERCHE STORICHE DI LUCIANO BALDARELLI

Fonti:

  • Luigi Nicoletti, Di Pergola e dei suoi dintorni, Pergola , Stab. Tip. Gasperini 1899, Cap. 8, pagg. 259-267
  • Monsignor Pacifico Mariotti che era presente è l’autore di un manoscritto. Fu pievano della parrocchia di San Biagio dal 1793 al 1805

 

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Il viaggio del primo ministro britannico Winston Churchill nelle Marche

Ricevo e pubblico la ricerca storica di Luciano Baldarelli:

Il viaggio del 1° ministro britannico Winston Churchill nelle Marche.

Incomincia nella mattina del 25 agosto 1944 nell’aeroporto  a Loreto conquistato il 9 luglio 1944 dalla 2° brigata corazzata polacca, è arrivato a bordo di un aereo proveniente da Siena accompagnato dal gen. Harold Alexander e dal figlio maggiore Randolph Churchill.

Dopo aver passato in rassegna i cavalleggeri e aver rivolto loro un discorso si trasferisce in auto verso nord, presso il quartier generale dell’ottava armata britannica.

Dove il comandante generale Oliver Leese tenne un rapporto sulla situazione militare, il luogo si trovava a Brugnetto di Ripe (Senigallia) nel palazzo Antonelli Augusti Castracane dove gli diede una sontuosa accoglienza il conte Augusto Augusti capitano di cavalleria nella 1° guerra mondiale.

Il 26 agosto alle ore 10:45 compie una visita presso il quartier generale del secondo corpo armata polacco accompagnato dal generale Harlod Alexander situato nella zona del Vallone di Senigallia con esattezza Monte San Marco situato a metà strada fra Bettolelle e Filetto dove ha un colloquio con il comandante generale Władysław Anders.

Da qui poi Churchill alle ore 11:45 si sposta verso Montemaggiore al Metauro con il generale Alexander comandante delle armate alleate in Italia o XV gruppo di armate (5° armata americana e 8° armata britannica), transitò per Corinaldo e a mezzogiorno a San Michele al Fiume e poi  proseguì per Mondavio, Orciano di Pesaro, San Giorgio di Pesaro, Piagge e arrivo a casa Mei a Monte Pulito di Monte Maggiore sul Metauro.

Testimonianze:

Maria Scarpetti nata il 29 settembre 1900, così ricorda i fatti:

la nostra casa era posta sulla collina chiamata Monte Pulito e da li si dominava tutta la valle del Metauro.

Nell’estate 1944 si erano sistemati dei soldati tedeschi con una cucina che preparava il rancio per altri loro compagni sparsi nei dintorni.

Nel mese di Agosto 1944 venne anche Churchill.

Prima di Churchill arrivarono in casa mia dei generali in compagnia di altri personaggi: ricordo che il generale Alexander, un uomo molto alto, si era seduto sulla tavola e cominciò a distribuire sigarette a mio padre e a degli sfollati.

Churchill non entrò in casa, ma andò sotto una quercia poco più in giù dove si poteva osservare col binocolo la vallata del Metauro e le colline che stavano oltre il fiume Metauro della Linea Gotica.

Un soldato che era entrato in casa si chiamava Raimondo, dopo avermi dato della farina, volle che gli preparassi i maccheroni.

In verità  volevano le tagliatelle che noi nelle Marche chiamiamo maccheroni lunghi.

Dopo aver fatto la pasta, l’ho cotta e loro hanno mangiato alla mia tavola.

Un altro ufficiale si chiamava Alessandro e parlò allungo con mio marito che conosceva la lingua inglese per essere stato in America.

Churchill invece mangiò sotto due grandi mori (gelsi), dopo di che si fece servire il te e osservò la vallata col binocolo.

Successivamente per una strada tornò su passando sempre rasente alla nostra casa con un gruppo di ufficiali andò al centro di Monte Maggiore.

La notte successiva alla visita di Churchill, le centinaia di cannoni che gli eserciti alleati avevano piazzato anche a poca distanza da casa nostra incominciarono a sparare a fuoco continuo per ore e ore tanto che il cielo era diventato rosso fuoco.

Il giorno dopo, quando siamo andati a vedere sul posto, c’erano montagne di bossoli, di granate sparate, altre ancora intatte, tre cannoni erano scoppiati e avevano le loro canne che si erano aperte sulla bocca e ripiegate come le bucce delle banane.

Inoltre c’erano tante sigarette, borracce e gavette nonché le tombe di quattro morti forse colpiti dallo scoppio dei quattro cannoni.

Dopo breve tempo cominciarono a transitare interminabili colonne di carri armati, autoblindo, camion che trainavano cannoni e tanti altri veicoli i quali sollevavano dei polveroni che toglievano il respiro.

Dalle memorie di Don Fortunato Minardi, parroco agosto 1944

Giunsero qui in incognito con macchine di gran lusso (senza contrassegni), distinte personalità tra cui furono identificate Churchill (1° ministro inglese) e generale Alexander seguiti Rupert Clarke (aiutante in campo di Alexander) e Jonh Stimpson (ufficiale di collegamento del quartiere generale dell’VIII armata).

Nel borgo fu subito inscenata una dimostrazione di simpatia e di onore all’indirizzo del primo ministro inglese e dagli altri personaggi ma questi fecero segno di non gradire manifestazioni di sorta.

A piedi si diressero verso il castello e si fermarono sulla piazzetta che è un magnifico balcone onde si domina tutta la sottostante pianura in cui gode uno splendido panorama, poi si recano infondo la via principale del castello, che è un altro punto che pure offre una vaste e incantevole visuale.

Quindi gli eminenti personaggi osservando lo schieramento delle artiglierie in battaglia si sedettero sopra una rustica panca offerta da alcuni popolani  presenti i quali pur ravvisando distinte personalità non conobbero chi fossero.

Si trattennero ragionando e fecero fotografie per una decina di minuti e poi ripartirono verso la volta di Calcinelli di Saltara e si diressero verso il castello di Saltara dove c’era un punto di osservazione alleato.

Nella lettere di Nello Iacchini

Nella mattina del 26 agosto verso mezzo giorno un partigiano comunista Nello Iacchini (GAP di Saltara, brigata Garibaldi “Bruni Lugli”) con due compagni intervennero vicino al paese di Saltara per bloccare un lancio di bombe ma ben presto individuarono in mezzo a una vigna un soldato tedesco completamente isolato minuto di mortaio e munizioni.

Un’azione rapida ed efficace lo circondarono e lo catturarono per poi consegnarlo a un ufficiale inglese.

La soddisfazione della brillante azione di guerra sfumò rapidamente, infatti mentre ritornavano in paese furono fermati da tre ufficiali canadesi che procedevano in jeep lungo la strada, uno di loro in perfetto italiano gli disse che il loro compito era ormai finito e con estrema gentilezza gli disarmò.

Dopo pochi minuti passò lungo la strada un’altra jeep con grande stupore i partigiani riconobbero sia il generale Alexander che Churchill che indirizzava a loro un caloroso saluto.

Dopo il primo momento di meraviglia capirono quasi subito l’importanza della loro impresa, avendo catturato un unico tedesco che però avrebbe potuto con il suo mortaio colpire la jeep del primo ministro britannico che passava lungo la via.

Il ritorno verso sud del primo ministro non è stato documentato.

Ricerca storica di:

Luciano Baldarelli

San Lorenzo in Campo (PU)

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